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Il mio Ultra Trail Piglione 2026

Ci sono gare che si preparano sulle gambe, e gare che si preparano nella vita.
Il mio Piglione appartiene alla seconda specie.

Quest’anno sono diventato padre per la seconda volta. È una delle cose più belle che mi siano capitate, e come tutte le cose belle ha riscritto le priorità. Gli allenamenti si sono fatti più corti, più radi, rubati agli orari impossibili. Poi è arrivata l’estate, con un caldo torrido che mi ha costretto a fermarmi del tutto. Così, alla partenza da San Rocco in Turrite, sapevo benissimo una cosa: per 56 km e 3200 metri di dislivello non ero preparato come avrei dovuto.

Eppure i primi 9-10 chilometri sono filati lisci. Ero gestito, lucido, addirittura in anticipo sul piano. Poi il meteo ha cambiato la storia. Pioggia, nebbia, vento. Alle pendici del Prana lo stomaco si è chiuso, mi sono dovuto fermare e le gambe hanno iniziato a tremare. Ho affrontato la prima grande salita svuotato, e in vetta il tempo era semplicemente infame.

È nella discesa dopo il Prana che la testa ha cambiato binario. Una voce sottile, ragionevole: mollare. Era la mia prima gara così lunga, e io sapevo di non avere l’allenamento giusto. Ogni passo le dava ragione.

Non l’ho ascoltata. Ho tenuto il mio ritmo, mi sono fermato ai ristori più a lungo del dovuto. E proprio quelle soste mi hanno salvato: mi hanno permesso di staccare, di ripristinare un pensiero lucido, di rimettermi in pista.

E qui devo dire una cosa sul Piglione Trail: è una delle gare più belle che conosca, per come è organizzata e soprattutto per i volontari che trovi lungo il percorso. In una gara corta non te ne accorgi, ma su una distanza così l’empatia delle persone diventa parte della corsa. Un sorriso, due parole scambiate, una mano che ti porge un bicchiere. Forse per i top runner, che ai ristori ci passano a tutta velocità, si sente di meno. Ma per me, comune mortale, fermarmi un po’ di più ha voluto dire spezzare la fatica, rendermi conto che ce la stavo facendo, che stavo costruendo il mio percorso e che all’arrivo mancava sempre meno.

Da lì in poi alti e bassi, tratti faticosi e tratti scorrevoli, attraverso 14 splendidi paesi del Comune di Pescaglia. E, sorprendentemente, mi sono goduto i 40 chilometri che restavano.

Fino agli ultimi 200-300 metri di dislivello. Devastanti. Ma allo scollinamento, quando ho rivisto San Rocco in basso e mancavano solo quattro chilometri e mezzo, qualcosa si è sciolto. Laggiù c’erano la mia famiglia e i miei amici. Ho lasciato andare le gambe e ho spinto. Dopo 50 chilometri, gli ultimi 5 li ho corsi a manetta.

Cosa mi porto a casa? Che la forza di volontà può coprire i buchi della preparazione, ma solo fino a un certo punto. Con un allenamento mirato queste gare sono alla mia portata. Però serve un lavoro diverso da quello per una 35 o una 40 km, e 3200 metri di dislivello chiedono anche la palestra. Il Piglione mi ha dato la consapevolezza. Ora tocca all’allenamento.

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